La felicità nel buddismo

La validità del ragionamento filosofico

Siddhartha fu il primo a mettere in discussione gli insegnamenti del brahmanesimo, un’antica fede basata sui testi Veda, in India, e lo fece con il ragionamento filosofico.

Era un uomo saggio senza ombra di dubbio, non si è mai posto come mediatore tra gli uomini e Dio, era interessato alla ricerca filosofica con lo scopo di scoprire delle verità tramite il ragionamento.

Sosteneva che le stesse verità da lui cercate non erano accessibili a pochi, ma erano accessibili a tutti tramite la ragione, non si è mai curato di questioni che non potevano avere una risposta, perché era interessato a comprendere tematiche più terrene, come lo scopo dell’esistenza e le sue diramazioni che toccavo temi quali, la felicità, la virtù, il dolore e il buon cammino, per citarne alcuni.

“Noi siamo quello che pensiamo.

Tutto ciò che siamo nasce con i nostri pensieri”

Siddhartha

Gautama non era un uomo povero, anzi all’inizio dell suo percorso viveva in mezzo a tutti i piaceri che la ricchezza può dare, ma nonostante ciò si interrogava sulla felicità, vedeva intorno a sé la bruttezza del mondo, la debolezza dell’essere umano, il dolore che attanagliava la vita di molti.

Si rese conto che anche se soddisfiamo un piacere, la sensazione che deriva dal nostro atto è effimera, svanisce nel giro di poco, dal lato opposto nemmeno una vita ascetica era la soluzione, perché conduceva verso l’insoddisfazione. Entrambe le vie non conducevano alla felicità.

Giunse alla conclusione che la felicità era racchiusa tra i due estremi, era sostanzialmente una sorta di equilibrio interiore.

Il dolore infatti, può provenire dalla mancata soddisfazione di quelli che lui definiva “attaccamenti”, soddisfarli non è la soluzione in quanto non portano alla felicità, ma solamente ad una continua compulsiva sensazione di affanno, e di nuovi desideri che portano il nostro io ad una frustrazione continua, causata da una sensazione che svanisce presto.

La soluzione consiste nell’eliminare ogni attaccamento e di conseguenza il dolore che ne deriva e per fare ciò bisogna allontanare la parte egoistica del nostro io, basti pensare alla differenza di queste parole, la loro collocazione ne cambia il senso: “siamo parte di un tutto” e diverso dal sostenere che “il tutto fa parte di noi”.

“La pace viene da dentro.

Non cercarla fuori”

Siddhartha

La felicità è un delicato equilibrio che si raggiunge con il non-attaccamento, conoscendo e percorrendo le quattro verità:

  • il dolore è universale
  • il desiderio è la causa del dolore
  • il dolore può essere evitato eliminando il desiderio
  • seguendo l’ottuplice sentiero si elimina il desiderio

L’ottuplice sentiero è di fatto un codice etico, o se vogliamo una ricetta di vita, che può condurre ad un’esistenza giusta, in un cammino rivolto verso il raggiungimento della felicità o di quel benessere che appaga l’esistenza.

8 pensieri su “La felicità nel buddismo

  1. Desideri e illuminazione, ecco un argomento che trovo tra i più affascinanti nel Buddismo giapponese di Nicheren Daishonin che pratico da qualche anno. La pratica punta alla trasformazione dei desideri, più che alla loro eliminazione, perchè i desideri e gli attaccamenti sono considerati il carburante che alimenta la rivoluzione umana di ognuno. L’intenzione – determinante – è quella di trasformare ció che fanno emergere di negativo nella nostra vita per creare valore in ogni ambiente. Grazie per il bellissimo spunto🙏😊

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